Il ritorno alla sostenibilità, con l'economia circolare

Rendere sostenibili i sistemi gestionali e produttivi delle aziende significa anche cambiare orizzonte d’azione, pensare la propria attività in modo differente, aggiornando i processi ma, prima ancora, la propria vision e la propria mission, magari secondo i criteri dell’economia circolare. Di cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di circolarità?

Quali sono i principi e i pilastri dell’economia circolare

Per economia circolare s’intende un sistema produttivo e gestionale che recuperi e riconverta manufatti, materiali, scarti o avanzi, allungando il ciclo di vita commerciale dei prodotti e delle loro componenti, cercando di replicare il ciclo di vita naturale delle materie prime e di limitare al minimo le emissioni di CO2.

Secondo questo approccio, i prodotti sono pensati e realizzati per avere una seconda o terza vita, grazie alla possibilità di essere riparati e ricostruiti, proponendo dunque un modello di business alternativo, in cui la fine di una merce è l’inizio di un’altra.

Alla base di questo percorso di cambiamento, si pone la consapevolezza sul costo (economico, naturale, sociale e culturale) di ciascun ciclo produttivo, provando dunque a ridurlo e a rendere ogni fase del processo più sostenibile, limitando il consumo di energia e acqua, ad esempio, ma anche scegliendo materiali organici, riciclati o riciclabili.

L'Unione Europea ha colto l’importanza della circolarità e fissato una roadmap verso la transizione sostenibile della produzione industriale: tra gli obiettivi previsti per contrastare lo spreco, c’è il riciclo del 65% dei rifiuti urbani entro il 2030, nonché del 75% degli imballaggi e la quantità massima del 10% per i rifiuti depositati in discarica.

Le origini dell’economia circolare: quando nasce e come

L’economia circolare prende le mosse dalle analisi di Kenneth Boulding, presentate nel 1966 in un articolo che parlava di economia aperta, capace di rendere le risorse e le materie prime illimitate grazie al continuo riutilizzo delle stesse.

Nel decennio successivo si sono succeduti altri importanti interventi, con lo sviluppo del concetto di economia chiusa, ovvero votata alla trasformazione di quanto prodotto.

Tuttavia non esiste una vera e propria fondazione teorica collocabile nel tempo: alla propulsione di idee e processi studiati negli anni ‘70 dello scorso secolo hanno fatto corso diverse evoluzioni teoriche, qualche piano pratico per la riduzione delle emissioni dei sistemi produttivi, poche radicali rivoluzioni.

Qual è la differenza tra economia circolare ed economia lineare

Al momento il modello dominante resta quello dell’economia lineare, il cui mantra sembra essere “produrre molto, nel minor tempo possibile, per consumare tanto e in fretta." Rispondere alla continua richiesta di oggetti e manufatti, che vengono sfruttati al minimo e rapidamente buttati, ha fatto incrementare a dismisura le emissioni, rendendo l’intero sistema insostenibile a livello ambientale e sociale.

Le differenze rispetto tra economia circolare e lineare sono dunque evidenti, nell’approccio più consapevole della prima, nonché nella volontà di preservare risorse e ambiente.

Economia circolare: un modello vantaggioso per aziende e prodotti

I vantaggi del modello circolare si concentrano soprattutto su due aspetti cruciali: la sostenibilità sociale e la sostenibilità ambientale dei processi produttivi.

Il riutilizzo delle risorse, promosso sia attraverso l’uso di fonti di energia meno impattanti dei combustibili fossili sia attraverso il riciclo, dovrebbe permettere di ridurre sensibilmente le emissioni totali annue di gas serra. Si stima che, a oggi, la produzione dei materiali di uso quotidiano contribuisca circa al 45% della CO2 complessiva. Inoltre, riciclo e innovazione limiterebbero gli sprechi e preserverebbero le risorse naturali della Terra, che difficilmente saranno in grado di sopportare l’attuale sfruttamento iper-intensivo.

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I costi sociali dell’attuale modello sono elevati, non solo per i danni causati dall’inquinamento, ma anche per le discriminazioni che esso impone nella corsa esclusiva al profitto diretto: favorire la circolarità significherebbe innovare i processi, aumentare la competitività delle aziende capaci di puntare sulla qualità sostenibile, aumentare gli occupati fino a 700mila unità (stima dell’UE). Infine, prodotti più durevoli e ricondizionabili significano risparmio per i consumatori finali.

In definitiva, l’economia circolare potrebbe innescare un percorso di miglioramento della qualità della vita, contribuendo al benessere globale.

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